Il titolo Merry Christmas Mr Lawrence (brano dalla colonna sonora dell’omonimo film di Nagisha Oshima con David Bowie, da noi noto come Furyo) potrebbe non suonare familiare ai più, ma probabilmente vi basterà il primo secondo di ascolto per riconoscere una delle melodie cinematografie più celebri di sempre. Il pezzo è solo una goccia nella sterminata discografia (oltre settanta album) del compositore Ryuichi Sakamoto, cui ora Stephen Nomura Schible dedica un intimo documentario, tornando per la seconda volta dietro la macchina da presa – ancora una volta per approfondire un protagonista della musica – dopo il suo documentario su Eric Clapton del 2004.
Ryuichi Sakamoto: Coda, presentato nella sezione fuori concorso della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, si concentra (anche) sul recente ritorno all’attività del poliedrico e pluripremiato musicista nipponico, che nella sua lunga carriera ha saputo reinventarsi completamente più volte, distinguendosi sempre per la sua capacità di apportare un contributo di grande importanza al discorso musicale contemporaneo.
Dopo il folgorante esordio con la sua band Yellow Magic Orchestra, con cui ha definito l’idea stessa di musica pop nipponica (dall’elettronica allo j-pop), Ryuichi Sakamoto ha infatti spaziato nei territori di world music, bossa nova e ambient, ma soprattutto ha messo il suo talento al servizio di colonne sonore di grandissimo successo. Se la collaborazione con Bernardo Bertolucci (L’ultimo imperatore, Il tè nel deserto, Il piccolo Buddha) gli è valsa la fama internazionale e un premio Oscar, la colonna sonora di Revenant di Alejandro González Iñárritu (realizzata in collaborazione con Alva Noto) è probabilmente il suo lavoro più recente tra quelli che vi è capitato di sentire.
Il documentario di Stephen Nomura Schible, Ryuichi Sakamoto: Coda, non solo richiama il titolo di un album di riarrangiamenti al pianoforte pubblicato da Sakamoto nel 1993, ma è soprattutto un riferimento alla vita personale dell’artista. Nella musica classica, infatti, la coda è una breve sezione musicale di alta tensione drammatica che serve da conclusione a un momento musicale (ad esempio il movimento di una sinfonia, il tempo di un’aria o un episodio di una fuga) e che generalmente funge da passaggio verso la chiusura musicale vera e propria. La vita di Ryuichi Sakamoto è effettivamente arrivata alla propria ‘coda’, che è iniziata quando, nel 2014, gli è stato diagnosticato un cancro orofaringeo maligno. Dopo la diagnosi, il musicista giapponese si è ritirato dalle scene per circa un anno ma poi, momentaneamente guarito ma pronto a convivere con lo spettro della morte e di una prossima recidiva, è tornato in attività carico di passione e idee, pronto a suonare con tutta l’intensità minimalista di cui è capace la sua ‘coda’.
Il documentario presentato al Festival di Venezia 2017 è un lavoro intimo e solido, che non si fossilizza sulla retorica della malattia ma in cui le testimonianze di Sakamoto restituiscono un ritratto della contemporaneità, dalle aspirazioni tecnologiche di un Giappone sempre più pop all’evoluzione di quella crisi di identità nazionale contro cui si scagliò – con toni decisamente diversi – nel 1970 Yukio Mishima, dagli echi del disastro di Fukushima all’ambizione personale di voler ancora dare un contributo al discorso artistico.
Il rapporto d’amore tra le note di Sakamoto e le immagini in movimento è sempre stato fortissimo e reciproco, e non sarà certo una malattia a fermarlo. Lo dimostra il recente progetto Async: una colonna sonora per un film immaginario di Andrej Takovskij per cui il musicista ha indetto un concorso di cortometraggi in cui ha invitato film-maker di tutto il mondo a realizzare un commento cinematografico alle sue immagini. Un progetto che porta a interrogarsi sull’essenza stessa di una colonna sonora e a riflettere sulla sua straordinaria importanza nella dinamica della narrazione filmica.