Le pagine di Roald Dahl, probabilmente il più importante autore di libri per l’infanzia del ‘900, hanno già trovato più volte la via del grande schermo, con adattamenti generalmente di straordinario successo. Il più celebre tra questi è sicuramente Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato (ve ne sveliamo i segreti qui), ma derivano dalla penna di Dahl anche Matilda 6 mitica, Chi ha paura delle streghe? e blandamente il soggetto de I Gremlins. Anche il mondo dell’animazione ha tratto ispirazione dai suoi scritti, sia in produzioni in stop motion come James e la pesce gigante della coppia Burton-Selick e Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson, sia in lungometraggi in animazione tradizionale come Il Mio Amico Gigante (1989).
È proprio alla fonte di quest’ultimo che attinge Steven Spielberg per il suo ultimo film, e cioè al romanzo The BGF, dato ai tipi nel 1982 e che ora approda nelle nostre sale con il titolo di Il GGG – Il Grande Gigante Gentile.
Una molteplicità di livelli di lettura riflette la ricchezza della scrittura allegorica di Dahl.
La pellicola, un ibrido live-action e animazione in CGI, racconta la storia di Sophie, un’orfana londinese che viene rapita e portata nella terra dei giganti, popolata da creature mastodontiche e spietate che si nutrono di carne umana – preferibilmente bambini. Ad averla sottratta al suo orfanotrofio è però un gigante che presto si rivelerà non solo innocuo ma addirittura dolcissimo: il GGG, per l’appunto. Tra i due nascerà una bella amicizia e insieme decideranno dapprima di regalare bei sogni ai bambini inglesi e poi, davanti alla minaccia di una razzia da parte dei giganti antropofagi, di salvare le loro vite chiedendo aiuto alla regina.
La storia de Il GGG, come accade per la quasi totalità di quelle di Dahl, proietta i bambini in un universo a tratti spaventoso per lasciare loro un insegnamento edificante, attraverso una costruzione narrativa mai banale. I giganti cattivi – che poi così minacciosi non sembrano – ricordano tanto nelle fattezze quanto nella loro interazione con il Grande Gigante Gentile degli individui prepotenti e ottusi, in cui il giovane lettore può ritrovare tanto dei bulli coetanei quanto un adulto violento: degli antagonisti (solo) apparentemente impossibili da fermare, che sono capaci di mettere in difficoltà anche l’imponente gigante buono. D’altro canto, il rapporto che si crea tra la giovane protagonista dal forte carattere e l’amichevole e timido gigante dalla parlata stentata è simile a quello di un mentore col proprio allievo, e trova nella protezione reciproca e nel prendersi cura dell’altro un messaggio responsabilizzante capace di dare forza anche al piccolo che si senta vittima di angherie.
Se Mark Rylance risulta straordinario, lo stesso non si può dire per il pur leggendario Spielberg.
Se lo script rende bene l’insolito equilibrio di cui si fa forte il romanzo di Dahl, diverse critiche si possono muovere alla realizzazione del film, che soprattutto nella prima metà stenta a decollare e risente di un ritmo decisamente poco appassionante. L’interpretazione di Mark Rylance (già diretto da Spielberg ne Il Ponte delle Spie) è magistrale e anche la piccola protagonista, resa forse in modo troppo grintoso e saccente, è ben impersonata dalla giovane Ruby Barnhill.
Quel che però convince meno è il progetto nel suo complesso, perché sappiamo benissimo quanto memorabili possano essere i film per l’infanzia di Steven Spielberg (avete presente pietre miliari come E.T. l’extraterrestre e Hook – Capitan Uncino?), ma qui della magia di Spielberg non c’è neanche l’ombra e anzi, sembra di essere davanti a uno dei trascurabilissimi lavori in CGI di Robert Zemeckis. La stessa idea alla base della pellicola pare in realtà confusa, perché se la scelta di integrare scene e interpreti in live-action potrebbe servire per conferire tangibilità ed emozione alla storia, in realtà non c’è un solo momento in cui la computer grafica non sembri finta e plasticosa, con un risultato lontano anni luce dal ‘calore’ cui forse il regista statunitense ambiva. Il concept del gigante poi, nel voler richiamare esplicitamente l’iterazione animata del 1989 piuttosto che le inquietanti illustrazioni originali di Quentin Blake, risulta eccessivamente cartoonesco, e la realizzazione delle ambientazioni stupisce per il suo pressappochismo.
L’aspetto tecnico veramente degno di nota, invece, è il porting tramite motion capture dell’interpretazione del protagonista. Infatti sembra incredibile il dettaglio con cui la straordinaria performance di Rylance viene trasportata sul volto digitale del GGG. Un conseguimento che definisce uno standard con cui d’ora in poi il mondo della performance capture dovrà confrontarsi.
In conclusione questo Il GGG – Il Grande Gigante Gentile risulta un film godibile e ben realizzato, ma che sul medio e lungo periodo resterà tutt’altro che memorabile (come non lo fu nemmeno Le avventure di Tintin – Il Segreto dell’Unicorno, tanto che consiglieremmo al regista di Schindler’s List di tenersi d’ora in poi lontano dall’animazione digitale). Lo spettatore adulto uscirà dalla sala con un’unica convinzione: Mark Rylance riesce a svettare e splendere anche se trasformato in un gigante in 3D; e non è cosa da poco.